Il De Ordine di Agostino

Agostino di Ippona in un affresco medievale
Agostino di Ippona in un affresco medievale

 

I dialoghi filosofici di Agostino sono stati composti tra il 386 e il 395. Sono il risultato dell’otium praticato da Agostino e i suoi allievi durante il soggiorno nella villa dell’amico Verecondo a Cassiciacum, un insediamento che si trovava tra Milano e Como, dove Agostino si era ritirato dopo aver posto termine alla sua attività di insegnamento, con l’intenzione di meditare al riparo dalle influenze esterne. Rientrando in se stessi, secondo Agostino, è possibile giungere a contemplare quella verità di ordine divino che si trova all’interno dell’uomo.

Citato spesso per aver condotto una vita disordinata durante il primo periodo della sua vita e per la sua successiva conversione al cristianesimo, Agostino si è convertito contemporaneamente anche al neoplatonismo, filosofia che gli ha permesso di consolidare la dottrina cristiana attraverso gli strumenti e i concetti della raffinata speculazione pagana.

Religione e filosofia sono per Agostino due percorsi che condividono lo stesso obiettivo: il percorso religioso più lungo ma è adatto a tutti, la strada della filosofia è più rapida ma più ripida e può essere percorsa solo da chi dispone delle risorse adeguate. Agostino condivide con Platone, il filosofo al quale maggiormente si ispira, una concezione elitaria della filosofia. Gli interlocutori del dialogo, del quale Agostino funge da protagonista, sono i giovani allievi Licenzio e Trigezio, ai quali si aggiungono a un certo punto del dialogo l’amico Alipio e la madre Monica.

Il De Ordine, che Agostino dedica all’amico Zenobio, tratta del rapporto tra Dio e l’ordine universale. Tratta anche del problema del male, sul quale Agostino si pone tormentati interrogativi fin dalla giovinezza. La filosofia dell’Agostino neoplatonico non prevede l’esistenza del male metafisico. Solo il bene ha consistenza ontologica, mentre il male è inteso da Agostino solo come mancanza di bene. Se da una parte il male metafisico non esiste, esiste però il male morale, che si trova all’interno dell’uomo e che Agostino fa risalire al peccato originale.

 

Il prologo

Il problema dell’ordine nelle vicende umane

Il prologo al dialogo esordisce con queste parole: «E’ molto difficile e anche raro, caro Zenobio, seguire e osservare l’ordine proprio a ogni cosa, e ancor di più cogliere l’ordine dell’universo, che guida e governa il mondo. A questo si aggiunge il fatto che anche se qualcuno potesse capirlo, non riuscirebbe a trovare un uditore degno […]».

L’ordine non è facile da osservare, ma se si riuscisse ad osservarlo risulterebbe difficile trovare interlocutori adeguati per livello culturale e capacità intellettuali. Ritiene probabilmente di aver trovato nei personaggi del dialogo interlocutori adeguati, quegli ingegni che, «guardano agli scogli e alle tempeste della vita con la testa eretta, per quanto loro è possibile, e non c’è cosa che bramino più avidamente di comprendere del modo in cui avvenga che Dio si preoccupi delle cose umane e che proprio nelle cose umane sia tanto diffusa la malvagità».

Come è possibile conciliare la bontà di Dio con la presenza del male all’interno della vita dell’uomo? «per coloro che si occupano di tali problemi appare quasi necessario pensare  o che la divina provvidenza non riesce a giungere a queste cose ultime», e di conseguenza Dio non sarebbe onnipotente, «o che di sicuro i mali dipendano da Dio» , e in questo caso non sarebbe buono. Agostino ritiene che entrambe queste ipotesi siano empie, ma che la seconda lo sia particolarmente. La prima imputa a Dio la negligenza, ma la seconda gli imputa la malizia e la crudeltà. Tra le due ipotesi secondo Agostino, «tenendo presente la pietà» e preferendo orientare il pensiero sulla bontà divina, viene spontaneo alla ragione vertere sulla prima: le realtà terrene non possono essere governate da quelle divine, oppure sono da esse trascurate o disprezzate.

Ma le realtà terrene sono davvero al di fuori del controllo di quelle divine?

«Chi è così cieco di mente da dubitare di attribuire alla potenza divina qualsiasi razionalità nel movimento dei corpi indipendentemente dalla ragione e dalla volontà umana?».

«E’ proprio questo il problema, che le membra della pulce sono strutturate in modo mirabile e perfetto, mentre la vita umana è turbata e sconvolta da innumerevoli tempeste». Ma le innumerevoli tempeste fanno parte di un ordine universale e compito del filosofo è osservare ciò che avviene all’interno dell’ordine in maniera unitaria: «poniamo che uno ci veda così poco che il suo sguardo riesca a percepire in un pavimento a mosaico solo una tessera per volta. ». Egli, nell’incapacità di osservare il mosaico nella sua unitaria bellezza, rimprovererebbe all’artista di aver agito in maniera disordinata. Le menti deboli «non sono capaci di comprendere e considerare l’ordine e l’armonia dell’universo», che dall’uno prende il nome, come dirà Agostino più avanti, «se qualcosa li urta, perché è troppo grande per la loro intelligenza, pensano che nelle cose sia presente una grande perversione».

La necessità di rientrare in se stessi

«La causa principale di questo errore è che l’uomo non conosce se stesso. E per potersi conoscere si deve abituare al faticoso esercizio di distogliersi dai sensi, di raccogliere l’animo in se stesso e di trattenerlo in se stesso. Riescono a compiere questo così importante esercizio solo coloro che cauterizzano con la solitudine o mendicano con le discipline liberali» Richiamando il celebre motto socratico ‘conosci te stesso‘, Agostino sottolinea la necessità di raccogliersi in se stessi: la verità si trova all’interno dell’uomo. Volgersi verso l’esterno non è quindi il miglior modo per cercarla.

Le arti liberali del trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica) supportano l’uomo nella ricerca della verità e nella contemplazione dell’ordine universale: «Così dunque l’animo restituito a sé stesso comprende quale sia la bellezza dell’universo, che di certo ha ricevuto questo nome dall’uno».

L’universo ha ricevuto il proprio nome dall’uno; l’ordine universale, per quanto differenziato nel molteplice, mantiene in sé l’unitarietà del principio dal quale deriva. Ma la bellezza dell’universo di può osservare in maniera unitaria solo se la si osserva dal punto di vista appropriato: distaccandosi dalla molteplicità e rientrando in sé stesso l’uomo trova questo punto all’interno del proprio animo: «In un cerchio, per quanto ampio sia, è solo uno il punto mediano nel quale convergono tutti i raggi, e sebbene si possano sezionare innumerevoli parti di tutta la circonferenza, nessuna è fuori da quell’unico centro, dal quale sono misurate con misura uguale le altre parti e che domina su tutte per una sorta di diritto di uguaglianza. Al contrario, se vuoi uscire da qui verso una qualunque altra parte, si perderanno tutte, perché a moltissime ti sei diretto. E così l’animo, allontanandosi da sé, si frantuma in infinite parti e si degrada a una vera miseria, perché la sua natura lo spinge a cercare l’uno e la molteplicità non gli permette di trovarlo.»

Prima giornata

Origine occasionale della discussione sull’ordine

«Una notte, come al solito vegliavo in silenzio e riflettevo su cose che non so da dove mi venissero alla mente […] il mormorio delle acque che scorrevano dietro i bagni colpì il mio udito e vi feci caso più attentamente del solito. Mi sembrava assai strano che la stessa acqua scorrendo sulle pietre producesse un suono ora più distinto ora più soffocato. Iniziai a domandarmi quale potesse esserne la causa».

A questo punto Licenzio, che dormiva nella stessa camera con Agostino e Trigezio, si sveglia disturbato da dei topi importuni e li scaccia con un bastone. Agostino prende l’occasione per coinvolgere Licenzio chiedendogli se avesse una spiegazione per questo fenomeno.

«Che cosa ne pensi» risponde Licenzio «di foglie di qualsiasi genere, […] che ammucchiate nello stesso canale, di tanto in tanto siano travolte e si spostino […] o di qualunque altra cosa che accada per la diversa disposizione delle foglie galleggianti, che riesce ora a frenare, ora ad accelerare quel moto di scorrimento?». Dopo aver osservato questo insolito fenomeno Agostino è colto da meraviglia. Si domanda da dove derivi questa meraviglia se non dall’osservazione di qualcosa che sta all’esterno dell’ordine evidente. Licenzio ammette che il fenomeno sia semplicemente al di fuori dall’ordine evidente, ma non esterno all’ordine in quanto gli pare che nulla sia esterno all’ordine.

Agostino è entusiasta di questa affermazione perché dimostra secondo lui la profondità di pensiero del suo allievo. Il fenomeno del suono dell’acqua, ora più distinto e ora più soffocato è al di fuori dell’ordine evidente, ma la ragione può indagarne le cause e, scoprendole, comprendere che anche i fenomeni più strani sono inseriti in un ordine razionale dal quale, secondo Licenzio, nulla sta al di fuori.

 

E’ possibile che qualcosa avvenga senza una causa?

Successivamente nel dialogo Agostino pone a Licenzio una serie di domande:

«innazitutto rispondimi a questa:perché ti sembra che quest’acqua non scorra a caso, ma secondo un ordine. Il fatto che venga convogliata in canali di legno e condotta per i nostri usi può appartenere a un ordine. Questo è dovuto agli uomini che hanno usato la ragione per poter bere e lavarsi in un solo corso d’acqua e per la conformazione dei luoghi era necessario che così fosse. Ma perché il fatto che le foglie, come dici tu, sono cadute in modo tale da destare in noi meraviglia, perché potremmo pensare che derivi da un ordine e non piuttosto dal caso?». Risponde Licenzio:«Come se chi osserva con tutta chiarezza che niente può accadere senza una causa, sarebbero potute o dovute cadere in modo diverso da come sono cadute? Vuoi forse che io indaghi la posizione degli alberi e dei rami e la quantità di peso che è imposto alle foglie? E spetta a me ricercare il movimento dell’aria […] e le altre innumerevoli cause? Sono realtà nascoste ai nostri sensi, totalmente nascoste: e tuttavia non è nascosto all’animo, non so in che modo, che niente avviene senza una causa».
L’ordine è chiaramente visibile nell’opera dell’uomo, ma gli eventi naturali possono essere casuali? Secondo Licenzio, i fenomeni naturali possono essere il risultato di catene causali molto complesse, che sfuggono alla nostra capacità di ricostruirle. Tuttavia il nostro animo comprende che ogni fenomeno naturale è inserito in un ordine di cause.

Esiste qualcosa di contrario all’ordine?

A questo punto Agostino chiede a Licenzio se questo ordine che lui sostiene lo rintenga un bene o un male, e Licenzio risponde che l’ordine non gli sembra né un bene né un male. Agostino domanda:«Almeno, cosa pensi che sia contrario all’ordine?». Risponde Licenzio:«Niente. Come potrebbe qualcosa essere contrario a ciò che tutto comprende, tutto subordina? Ciò che fosse contrario all’ordine, sarebbe necessariamente al di fuori dell’ordine. E io non vedo che ci sia nulla al di fuori dell’ordine. Quindi si deve pensare che non ci sia niente di contrario all’ordine.»

Se esistesse qualcosa di contrario all’ordine, questa sarebbe al di fuori dell’ordine, ma poiché non sembra esserci nulla di esterno all’ordine, allora non ci può essere nulla che gli è contrario.
«Dunque», interviene Trigezio, «l’errore non è contrario all’ordine?» «Assolutamente», risponde Licenzio, «non vedo nessuno sbagliare senza una causa e nell’ordine è inclusa la serie delle cause. Inoltre l’errore stesso non solo è generato da una causa, ma genera anche qualcosa del quale diventa causa. Quindi, per il fatto che non è al di fuori dell’ordine, non può essere contrario all’ordine.»

Per essere contrario all’ordine l’errore dovrebbe essere esterno all’ordine, ma l’errore è parte di una catena causale e di conseguenza è nell’ordine. Essendo nell’ordine non può essergli contrario.

Da questa conclusione Licenzio passa a quella che secondo lui ne è la naturale conseguenza:«Vi prego ovunque voi siate, parole, venite in mio aiuto. Il bene e il male sono nell’ordine..».

Trigezio replica mettendo in evidenza l’empietà della conclusione di Licenzio:«…cosa si mai potuto dire di più empio, che il male è contenuto nell’ordine?…Infatti hai detto che anche il male è contenuto nell’ordine e che lo stesso ordine deriva da Dio e da Dio è amato. Da questo consegue che anche il male deriva da Dio e che da Dio è amato.»

Questa obiezione di Trigezio nei confronti di Licenzio riporta al prologo, nel quale Agostino riteneva empia l’idea che il male derivi da Dio.

Licenzio replica argomentando sul fatto che, anche se il male è nell’ordine, è altresì nell’ordine che Dio non lo ami, e sostenendo che il male, posto in antitesi con il bene, generi l’ armonia di tutte le cose:

«Dio non ama il male, se non altro perché non fa parte dell’ordine che Dio ami il male.[…] l’ordine stesso del male è di non essere amato da Dio. E forse non ti sembra un ordine sufficiente delle cose, che Dio ami il bene e non ami il male? […] egli infatti vuole che si ami il bene e non si ami il male e questo viene dalla divina disposizione.[…] e poiché questo ordine e questa disposizione garantiscono l’armonia dell’universo, ne consegue che anche il male sia necessario. Così in certo qual modo la bellezza e l’armonia di tutte quante le cose è plasmata dai contrari come da antitesi…»

A questo punto Licenzio incalza Trigezio con una domanda:«Voglio sapere da te, scusami, se Dio è giusto». Se Trigezio risponderà che Dio non è giusto, allora la precedente accusa di empietà sarà rivolta ora verso di lui, «Se invece Dio è giusto,[…] come noi pensiamo sia per la necessità dello stesso ordine, allora è giusto essenzialmente nel distribuire a ciascuno il suo» Ma come si può parlare di distribuzione senza distinzione? Se tutto è bene, allora non è possibile distinguere le azioni buone da quelle cattive, quindi non risulterà possibile a Dio dare a ciascuno secondo i suoi meriti, distinguendo tra i buoni e i malvagi.

Di fronte all’argomentazione di Licenzio, Agostino rimanda la discussione al giorno successivo. Al sorgere del giorno Licenzio riconosce di aver trovato nella filosofia qualcosa di superiore alla poesia alla quale si era fino a quel momento dedicato.

La zuffa tra i galli

Agostino, Licenzio e Trigezio si avviano a questo punto verso i bagni, perché le condizioni di cattivo tempo non permettevano loro di recarsi nel prato.

Uscendo dalla porta si imbattono in due galli che hanno ingaggiato un combattimento. Il gallo vincente emergerà dal combattimento con atteggiamento trionfante, mentre l’altro gallo si ritirerà con le piume disordinate, l’andatura deformata ed emettendo dei suoni disarmonici.

I tre personaggi del dialogo osservano la scena. Agostino fa notare ai suoi compagni il senso di ordine denotato dal gallo vincente. Si pongono una serie di domande, a partire da quale sia il fine del combattimento, per poi passare ad altre considerazioni su cosa si possa trarre da un’esperienza passata termite i sensi su questioni che vanno oltre l’esperienza sensibile. Si domandano dove nell’universo non sia osservabile una legge, o dove non si veda l’imitazione di una bellezza che va oltre il mondo dei sensi. Agostino osserva anche che nel disordine del perdente è in ogni caso intuibile un ordine «non so in che modo bello e conforme alle leggi di natura».

 

Seconda giornata

.Prima definizione di ordine

La seconda giornata si apre con una esortazione di Agostino a Licenzio e Trigezio a non sottovalutare l’importanza dell’argomento che stanno trattando. Si tratta di un argomento di grande rilevanza dal momento che, sostiene Agostino, «l’ordine è quella cosa che, se la seguiamo, ci condurrà a Dio». Incita Licenzio a proporre una prima definizione dell’ordine. Licenzio risponde definendo l’ordine come «ciò per cui sono condotte tutte le cose che Dio ha creato». Agostino replica domandando a Licenzio se Dio, oltre a condurre tutte le cose, sia egli stesso condotto.

«Certamente», risponde Licenzio. Trigezio chiede conferma a Licenzio per la sua affermazione:«Dunque, Dio è condotto?». Licenzio replica:«Vorresti negare che Cristo è Dio, che venne da noi secondo un ordine, si è detto mandato da Dio Padre?». A sua volta Trigezio argomenta:«quando nominiamo Dio, non ci viene in mente Cristo ma il Padre». «Negheresti quindi che Cristo è Dio?» risponde Licenzio. Trigezio replica arguendo che quando si parla di Dio in senso proprio ci si riferisce al Padre, mentre quando ci si riferisce al Figlio se ne parla in senso improprio.

Agostino interviene:«Trattieniti tu, piuttosto,il Figlio non è detto Dio in senso improprio».

Trigezio viene preso da timore religioso e non vuole che le sue parole siano trascritte, mentre Licenzio insiste puerilmente perché lo siano. Agostino richiama i due allievi invitandoli a un atteggiamento più maturo: piuttosto che cercare di prevalere nella discussione al fine di ottenere lodi, è opportuno invece cercare di tendere al vero.

La “filosofia” di Monica

Agostino invita la madre Monica a intervenire nella discussione, ma Monica gli chiede se sia lecito che una donna partecipi alla trattazione di questo tipo di argomenti. Agostino sostiene la liceità dela sua partecipazione, sostenendo tra l’altro che anche le donne, nell’antichità, si sono dedicate alla filosofia.

Monica è una donna particolarmente religiosa, e ha timore del fatto che la filosofia possa mettere in crisi le verità rivelate. Agostino le ricorda che “filosofia” significa amore per il sapere. Le Scritture non insegnano a irridere tutti i filosofi ma, riferendosi alle filosofie di stampo materialistico, solo «i filosofi di questo mondo». «C’è infatti un altro mondo che l’intelletto di pochi sani riesce a vedere» e come d’altronde sosteneva lo stesso Cristo «Il mio regno non è di questo mondo». Una rinuncia assoluta alla filosofia significherebbe una rinuncia all’amore per il sapere. Ma Monica ama la sapienza più di quanto la ami lo stesso Agostino.

Terza giornata

Ripresa della discussione a partire dalla definizione dell’ordine

Trascorso qualche giorno arriva Alipio. Il tempo volge al meglio e i personaggi del dialogo decidono di scendere insieme nel prato per riprendere la loro discussione. Partecipa su invito di Agostino, anche Monica.

Agostino interroga Licenzio chiedendogli, sulla base della prima definizione dell’ordine data da Licenzio stesso, in che modo avvenga che Dio conduca tutte le cose secondo un ordine, e se anche Dio stesso sia condotto da un ordine.

Licenzio risponde che tutte le cose tranne Dio sono governate secondo un ordine, perché Dio è bene e dove tutto è bene non vi è necessità d un ordine. «Vi è infatti somma uguaglianza, che non esige per nulla l’ordine». Agostino incalza Licenzio: «Neghi che presso Dio tutto è bene?».«Non lo nego», risponde.«Ne consegue», continua Agostino,«che né Dio né ciò che è presso Dio sia governato dall’ordine».«Cosa significa allora che tutte le cose siano governate dall’ordine e non c’è nulla al di fuori dell’ordine?». «Ma c’è anche il male», replica Licenzio, «e per questo avviene che l’ordine comprenda pure il bene. Infatti il bene da solo non è governato dall’ordine, ma lo sono insieme il bene e il male. Quando diciamo: tutto ciò che è, non intendiamo solo il bene. Da questo deriva che tutte le cose che Dio governa sono governate dall’ordine»

 

[ultima modifica 4 giugno 2016 – continua man mano che scrivo]

 

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